Dove sta il suono? Altre note di musicologia ‘ignorante’
Si è discusso spesso, in vari forum, se il suono sia prevalentemente nello strumento che si usa, o nelle mani del chitarrista. È incontestabile che, se pizzichiamo le corde di una chitarra e poi quelle di un’altra, esse emetteranno suoni differenti. È vero anche, come diceva Chet Atkins, che – se non pizzichiamo le corde – nessuna delle due suonerà affatto. Come è vero che se due chitarristi suonano la stessa chitarra, verranno fuori suoni differenti. Allora, hanno ragione tutti?
Penso di sì, anche se la prevalenza dell’elemento ‘strumento’ può apparire maggiormente nel caso di certe chitarre che hanno un suono particolarmente caratteristico, mentre la prevalenza dell’elemento ‘mani’ può essere evidente nel caso di uno stile chitarristico inconsueto, anch’esso molto caratteristico di un certo chitarrista.
Ma… c’è un terzo elemento, che vorrei sottoporre alla vostra attenzione: la ‘testa’. Quando un chitarrista suona, e suona da un po’ di tempo, ha in testa dei riferimenti sonori piuttosto definiti, e sono quelli che cerca di produrre quando suona la chitarra che imbraccia. Mi rendo conto di poter fare un’affermazione controversa o non condivisibile, ma esistono una serie di accorgimenti impercettibili, potrei dire inconsci (almeno fino ad un certo punto), che vengono posti in atto dal chitarrista per ottenere il ‘proprio’ suono. Se il mio riferimento sonoro vuole dei bassi potenti, e la mia chitarra non me li dà volentieri, ecco che il mio pollice userà una forza maggiore, o la mia destra si sposterà più verso il manico, o ambedue le cose.
Stoppare, lasciar risuonare, accentare, forzare il picking di una singola corda da cui ‘vogliamo di più’ e chissà quante altre cose, sono accorgimenti – ai quali si può aggiungere l’insieme delle regolazioni cui sottoponiamo il nostro sistema di amplificazione – per ottenere il suono che abbiamo in testa.
Ma questo non è ciò che si fa comunque per controllare le dinamiche, per esprimere la musicalità, insomma, non è tecnica chitarristica e, in sostanza, non sono ‘le mani’?
Penso che si tratti di altro. C’è la nostra aspettativa che la chitarra che abbiamo in mano suoni come noi vogliamo, e ciò che noi vogliamo non è tecnica, è il nostro ‘modello’. E penso anche che, nella maggior parte dei casi, noi riusciamo ad utilizzare la chitarra, purché non sia stonata o completamente muta, nel modo che più ci avvicina a quel modello. Ciò per una sorta di memoria più o meno cosciente, che trasmette al nostro sistema neuromuscolare ciò che serve per produrre il nostro suono con la particolare chitarra che suoniamo.
Cioè, la tecnica e il nostro gusto musicale ci portano ad esprimerci attraverso uno stile, mentre il nostro modello sonoro ci porta, più strettamente, verso il nostro suono.
Chitarristi e composizione
Cerco di sistematizzare e riordinare alcuni spunti che ho già sottoposto all’attenzione dei frequentatori nel Forum in passato.
Come direttore artistico dell’etichetta discografica di Fingerpicking.net ho ascoltato, oltre alla ‘normale’ dose che si spara qualunque appassionato, una grande quantità di demo, spesso tramutati in cd, di chitarra acustica. Un album di acustica può contenere cover, arrangiamenti e composizioni originali. Spesso contiene, in diversa misura, tutte e tre le cose, ma ci sono molte eccezioni, nelle quali può essere privilegiata anche una sola delle tre scelte a disposizione. Senza pretendere di essere autorevole, desidero però essere sincero: a mio parere, una parte non trascurabile dei brani originali tradisce le aspettative che un livello tecnico chitarristico davvero molto elevato può indurre.
Sento, o leggo, spesso lamentele relative alla tirannia del mercato, che impone il successo di musica cosiddetta commerciale, e cioè di facile ascolto, senza grandi ambizioni artistiche, sufficientemente priva di originalità. D’altra parte, sento affermazioni del tipo: “Di solito io non ce la faccio ad ascoltare un intero disco di chitarra acustica”… Il problema è che questo tipo di affermazioni le fanno gli stessi chitarristi!
L’idea che vorrei discutere è se è verosimile che ciascun chitarrista ‘debba’ essere un compositore, dando per scontato che ‘possa’. A me sembra strano che ci possano essere stati un Frank Sinatra, un Pavarotti, un Gazzelloni, un Segovia, un Chet Atkins, che hanno fatto innumerevoli dischi anche senza una propria composizione; e che, al contrario, non ci sia praticamente un solo chitarrista acustico che non includa qualche sua creazione in ciascuno dei cd che produce. Anzi, la tendenza è quella di produrre cd di soli originali. Da ascoltatore sufficientemente specializzato e smaliziato (limitatamente a questo nostro piccolo mondo) potrei assicurarvi che questo non è un bene; almeno, non molto spesso.
Prendiamo un esempio pertinente: Tommy Emmanuel. Il fenomeno, l’extraterrestre, il virtuoso showman dei cinque continenti, fa il suo PRIMO disco di soli originali alla soglia dei cinquant’anni. Secondo voi, aspetta tanto perché è timido, perché non sa suonare abbastanza bene, oppure perché aspetta di avere un numero sufficiente di brani propri all’altezza di quelli famosissimi che suona in concerto? Only è un grande album, “Those Who Wait” o “Mombasa” valgono i grandi evergreen che Tommy suona magistralmente in giro per il mondo.
Le migliori scuole di chitarra moderna, anche in Italia, insegnano e stimolano la composizione di brani su chitarra, e trovo questo assolutamente encomiabile. Cimentarsi con la composizione in modo cosciente è sicuramente auspicabile, e compito della scuola è quello di preparare i musicisti a fare bene il maggior numero di cose inerenti la professione del musicista. Il fatto non ‘costituisce reato’ finché i neo-autori riescono ad ascoltare ciò che compongono come se fosse di qualcun altro, e non come se avessero finito una sorta di obbligo per ottenere la considerazione dei critici.
Ciò che a me succede più spesso, è di trovarmi nell’imbarazzo di dover giudicare un chitarrista molto più bravo di me, che ha scritto delle cose che non trovo all’altezza della sua bravura chitarristica. Per il rispetto che si deve a tutti, e con l’istintivo affetto che un po’ mi lega a qualunque chitarrista, metto sempre in evidenza il mio apprezzamento per la tecnica chitarristica ed esprimo, se mi sembra il caso, delle perplessità sulla qualità compositiva dei brani. Devo dire che la risposta che quasi invariabilmente ricevo è positiva, di apprezzamento per l’attenzione che ho posto nell’ascolto e per una critica che viene recepita come costruttiva. Ma, mi domando: chitarristi di così buone capacità, li ascoltano, i propri brani?
Suonare la chitarra è un’attività mentale, emozionale e fisica distinta dal comporre musica. Noi non sappiamo neanche quale strumento suonasse Irving Berlin, potremmo non sapere cosa suona Ennio Morricone, ecc. E conosciamo molte loro composizioni non per averle ‘lette’, ma perché qualcuno le ha interpretate, e spesso in modo memorabile. Sottolineando che il ‘come’ si suona, secondo me, sta prendendo il sopravvento sul ‘cosa’, non vorrei sembrare ostile alla ricerca della propria composizione: questa è una nobile ambizione, che andrebbe coltivata con una adeguata dose di senso autocritico. Imparare ad ascoltarsi è altrettanto importante, per la crescita di un musicista, che imparare delle nozioni o delle tecniche.
Ritengo che il successo dei concerti dal vivo, rispetto alla misera condizione del riscontro discografico (che adesso tocca tutti i generi, ma che nel nostro è sempre esistita), possa essere messo in relazione a due cose, e provo a spiegarmi. Vedere una one man band come i moderni fingerstyler i quali, sfruttando ogni porzione della chitarra, riescono a ricoprire più ruoli strumentali, fa una certa impressione, stupisce, coinvolge. In un cd, l’ascolto non consente assolutamente, a meno di aver assistito allo show, di essere altrettanto coinvolti. La seconda ragione dell’inesistenza di un mercato discografico, a mio avviso, è nella carenza di buone composizioni originali.
La storia ci dice che il primo hit strumentale sia stato “Apache” nella versione degli Shadows, nel 1960. Non so se Jerry Lordan, l’autore del brano, fosse o no un chitarrista. Di sicuro era un compositore, come dimostrò la sua “Wonderful Land”, che finì nelle prime dieci hit un paio d’anni dopo, sempre nell’interpretazione degli Shadows. Mi fermo con gli esempi dopo aver menzionato i grandi successi di “Maria Elena” e di “Giochi Proibiti”: la questione è che il successo commerciale può arridere alla musica strumentale e a quella per chitarra sola, bisogna solo avere dei brani adatti.
Che siano, o no, nostri brani originali.
Suonare l’acustica o suonare acustico?
Fingerpicking.net si occupa, nel senso che produce, pubblica e distribuisce, promuove, discute, crea o partecipa ad eventi, di chitarra acustica. Potrebbe apparire una dedizione alla chitarra acustica come strumento tout court, cosa che sicuramente ci appartiene, ma è tutt’altro che esaustiva né, in generale, centrale del nostro interesse. Nel cuore del quale è la musica, ed in particolare quella suonata ‘in modo acustico’. Se ci guardiamo intorno, scopriamo che la maggior parte dei chitarristi acustici suona, dal vivo, con strumenti amplificati. Per non parlare di grandissimi chitarristi fingerstyle, uno su tutti, Chet Atkins, che non hanno praticamente mai usato una chitarra acustica. Chet ha dato il suo nome ad un discreto numero di chitarre semiacustiche, che fossero Gretsch o Gibson. Eppure lo stile di Chet Atkins può essere preso come luminoso esempio di stile acustico: cerchiamo di capire perché il musicista acustico si riconosce non dallo strumento, ma dallo stile. Che si tratti di flatpicker, di fingerstyler, o persino di chitarristi classici, le tonalità utilizzate saranno (quasi) esclusivamente quelle che permettono di utilizzare il maggior numero di note ottenute su corde ‘a vuoto’. Una modulazione di un semitono è generalmente poco praticata, almeno dai chitarristi che suonano corde in metallo, e ciò per ragioni tecniche connesse allo strumento che viene utilizzato. Anche le scale e, in generale, i runs, vengono suonati col maggior numero di corde libere. Pensate ad una “Jerry’s Breakdown” in Fa! Questa è una scelta che insieme è consigliata dallo strumento che si suona, e nello stesso tempo contribuisce a creare una sonorità assolutamente tipica. Pensate alla sonorità di “Asturias”, ed immaginatela suonata in Mi bemolle minore: un’altra cosa. Invece, nel jazz, ma anche in generale nella chitarra elettrica, le esigenze di ensemble o di rispetto delle tonalità originali, fanno sì che il chitarrista suoni, improvvisi, accompagni, in qualsiasi tonalità. Per questo, oltre che per una sonorità anch’essa tipica, si fa uso di chitarre che consentono una grande agevolezza, sia di barré, sia di velocità della mano sinistra. Anche nell’accompagnamento, una chitarra acustica dà il meglio di sé con accordi suonati nelle prime posizioni: più sono aperti e meglio rendono, tanto che, quando ci sia da utilizzare una tonalità ‘difficile’ per l’acustica, penso al Fa diesis di “Mrs. Robinson” per esempio, si è impiegato un capotasto mobile per portarla a posizioni di Mi. Nel pensare ad un arrangiamento per acustica di un brano cantato e/o polistrumentale, non possiamo non tenere conto dello strumento che usiamo, e dovremmo pensarlo e suonarlo avendo bene in mente le due cose: la musica, e la chitarra, attraverso la quale la esprimeremo. L’accordatura e la tonalità che sceglieremo saranno tra le cose determinanti per l’efficacia del nostro lavoro, fermo restando che la cosa principale, secondo me, è riuscire a non perdere il senso del brano. Le accordature aperte, in un certo senso, sono il massimo per ottenere la risonanza della chitarra acustica, e ci sono esempi di straordinari accompagnamenti nei quali la mano sinistra digita il minor numero di corde possibile, lasciando quasi sempre corde libere a risuonare. Penso a “Circle Game” (open G) o a “People’s Parties” (open D) di Joni Mitchell, ma si può ottenere un risutato analogo, molto bello, anche in accordatura standard, come ha fatto Suzanne Vega in “Luka”. Il problema delle accordature aperte è che, se si vuole sfruttare il potenziale sonoro, c’è un limite agli accordi suonando i quali si mantengano queste caratteristiche di apertura.
Get Back
I primi arrangiamenti per chitarra fingerstyle che abbia mai fatto, sono stati, con l’eccezione di “She Loves You” e “Piggies”, raccolti nel libro Beatles per chitarra fingerpicking che fu pubblicato dalla Bèrben nel 1983 nella collana Lizard curata da Giovanni Unterberger. Quei due brani non poterono essere pubblicati perché non erano di proprietà della Northern Songs, già complicato interlocutore.
In realtà, quei primi arrangiamenti venivano dall’aver applicato la tecnica dei bassi alternati a dei brani che avevo in testa, ed erano un po’ venuti da soli subito dopo aver studiato il Metodo per chitarra ragtime blues & fingerpicking di Giovanni Unterberger (Bèrben, 1980).
Credo che l’idea di un ‘procedimento’, sia pur rudimentale, mi sia venuta ascoltando l’arrangiamento di “Here Comes The Sun” inciso da Rick Ruskin nel suo primo disco per la Takoma (1973). Naturalmente, era la mia idea ad essere rudimentale, non quelle, perfettamente chiare e raffinate di Rick.
La intro della versione originale di quel brano, la tonalità originale era in La, veniva suonata col capo al settimo tasto, in una posizione di Re.
Rick suonava il brano in tonalità di Re, con l’accordatura in dropped D (ma col capotasto al secondo tasto, per cui la tonalità reale è Mi), e questo gli permetteva di suonare intro, melodia e armonie, avendo estrema facilità di trovare bassi, almeno sul Re e sul La.
In quegli anni credo di aver sviluppato il ‘mio’ modo più ritmico e meno legato al basso alternato costante; il primo brano in assoluto che ho arrangiato in quel modo fu “Isn’t She Lovely” e, se non ricordo male, il secondo fu “Get Back”.
Anche quest’ultimo brano era, originariamente, in tonalità di La, e sia gli stacchetti, sia i soli di chitarra di John Lennon si suonavano agevolmente da una posizione ‘simil-Re’; ideale sarebbe stato suonarlo con il capo al settimo tasto, in dropped D. Ma non mi piaceva il suono, ed in più la ridotta dimensione longitudinale dei tasti a quell’altezza rendeva un po’ problematica l’esecuzione. Suonarlo in tonalità di Re, a mio avviso, avrebbe prodotto un suono dei soli troppo basso, ed inoltre avrei avuto dei problemi di estensione eccessiva della mano sinistra in certi passaggi, e così optai per un capo al quarto tasto.
Diciamo che la cosa che trovo più intrigante è l’imitazione del solo di Billy Preston.
Per il resto, l’arrangiamento rispetta l’organizzazione originale della canzone, salvo il finale tronco al posto di un complicato fade out.
Ciò che vorrei dire, con questo discorso, è che le parti di chitarra negli originali possono, in certi arrangiamenti, essere un buon punto di partenza.
Questo brano è finito anche nella compilation While My Guitar Gently Weeps della Acoustic Music Records (2009); essere invitati da Peter Finger a partecipare ad un suo progetto, e per la seconda volta, sarebbe inutile ma mi piace dirlo, è stato un grandissimo onore.
La registrazione del video è avvenuta in quelli, già nella storia della chitarra acustica in pochi mesi, che potremmo chiamare i “Fingerpicking.net Video Recording Studios” di Granarolo.
Chi mi conosce sa che posso stare alzato fino a qualunque ora della notte, specialmente se c’è da suonare; molto meno numerose sono le persone che sanno che odio le alzatacce, e che sono uno zombie fino alle dieci di mattina.
Perciò, alzarmi alle 6, per prendere un treno alle 8, per essere a casa di Reno alle 11, alla fine di una settimana durissima di lavoro, non era stato un buon inizio. Oltretutto, quella settimana lì, avevo potuto suonare una mezz’ora soltanto il giovedì.
Ma, un po’ perché a casa di amici veri, dove ti offrono un caffè e fai due chiacchiere dopo parecchio che non ci si vede, ti rilassi per forza; un po’ perché, in fondo, chi ha letto qualche racconto sui viaggi a Zagabria o a Francoforte, sa che mi capita spesso (o esclusivamente) di suonare in condizioni ‘estreme’, insomma, quando mi sono trovato, come ha detto Luca, i ‘tre occhi’ e il microfono davanti, e Reno defilato alla mia sinistra, c’era il solito desiderio, la solita emozione, la solita gioia di quando ‘devo’ suonare.
Il tutto leggermente aumentato, specialmente l’emozione, per aver visto cosa gli amici, che mi avevano preceduto, avevano saputo fare.
Lasciatemi dire, al di là del risultato di ciò che io ho fatto, che questo modo di proporre la nostra musica rappresenta una evoluzione di tutto ciò che si è visto finora; Reno sta facendo un incredibile lavoro, e volentieri gliene dò il pieno riconoscimento.
Per ulteriori risorse che riguardino questo arrangiamento, contattatemi liberamente su giovanni@fingerpicking.net o su hardpicker@libero.it.
Si riparte
La maggiore diffusione delle opere cartacee, ma soprattutto la quasi infinita disponibilità nel web, renderebbero non indispensabile una rubrica sugli arrangiamenti.
Il fatto è che vorremmo capire come si riesce a captare l’essenza di un brano non nato per essere suonato solo con la chitarra, a non tradirne lo spirito, o a “ricomporlo” secondo il nostro gusto musicale.
Non c’è niente di “contrario” alla composizione in questo, anzi, arrangiare un brano per chitarra significa spesso dover capire qualcosa dei meccanismi compositivi di grandi canzoni, o altre opere musicali.
Personalmente non sono in grado di entrare nella teoria di questa materia, ma confido che ci sarà il contributo di chi potrà farlo.
Sicuramente, l’apertura alle domande ed alle proposte dei lettori sarà totale, e cercheremo di discutere le scelte, di trovare possibili alternative, e di imparare tutti da tutti.
Ho in mente una rubrica che non ha lo scopo di essere didattica, ma quello, forse più ambizioso, di essere un laboratorio di idee nel quale, senza che nessuno debba sentirsi obbligato ad accettare suggerimenti, si esponga ugualmente alla espressione, da parte di chi intervenga, delle proprie idee su quel brano e su quell’arrangiamento.
Fingerpicking.net ha, proprio in questi giorni, pubblicato un doppio CD che contiene “34 Volte Amore”, e cioè 34 arrangiamenti originali di canzoni d’amore italiane: potremmo partire da alcuni di quei brani, realizzando anche video home-made che li spieghino, oltre che nella esecuzione, anche nella ideazione.
Insomma, siamo pronti a ripartire con la risorsa video in più, e con il consueto entusiasmo.
A presto!
Giovanni Pelosi nasce a Roma nel 1952, e suona, come chitarra elettrica solista in diversi gruppi, nel corso degli anni Sessanta e Settanta. Nel 1981, incontra il fingerstyle per chitarra acustica, tramite Giovanni Unterberger, il piu' importante chitarrista acustico, nonchè insegnante, in Italia. Nello stesso anno, conosce Stefan Grossman nel suo "periodo italiano". Con simili amicizie, fu naturale, per Giovanni Pelosi divenire un chitarrista fingerstyle e realizzare i suoi primi arrangiamenti pubblicati nel libro "Beatles per chitarra fingerpicking" edito dalla Berben edizioni nel 1983. In concerto ha suonato con Giovanni Unterberger, Stefan Grossman, John Renbourn,Duck Baker e molti altri chitarristi italiani, mentre continua a realizzare arrangiamenti di numerosi brani. Tra questi, molti sono tratti dai Beatles, ma ve ne sono anche di altri autori quali Y. Zawinul (Birdland), D. Grusin (Mountain Dance ), J. Taylor (Shower the people, I will follow), P. Daniele (E invece no , E so' cuntent'e sta') o B. Bacharach (I say a little prayer).


